
Allora, eccoci.
Sono le orequattordici del 24 novembre 2007.
Sono appena emerso dalle scale della metropolitana, fermata Repubblica.
Già da qualche secondo, da ancora prima di imboccare l'ultima rampa, mi giunge il gioioso rumore di fondo che sempre accompagna la preparazione di un corteo.
Attutito, certo,
Dalla lontananza, dal rumore del traffico, da qualche sirena di troppo.
Comunque, esco.
Alla luce.
Al rumore.
Agli odori.
Alle ultime gocce di pioggia.
Ai primi raggi di sole, timidi ma incoraggianti.
Come il sorriso di benvenuto di un benevolo, accogliente ospite.
Esco e mi getto in braccio alla gente. Mi lascio avvolgere da una nuvola di sensazioni, di paure, di speranze, di canti, di slogan, di urla, di sospiri, di risa, di bandiere, di striscioni.
Centomila, dirà il telegiornale. Centomila coraggiose e testarde donne che nonostante il piccolo nubifragio di poco prima, hanno invaso e conquistato la piazza. E si preparano.
Si stanno preparando.
A trasferire questa invasione ed occupazione al resto del percorso concordato con la Questura.
E si capisce che la volontà sarebbe quella di invaderla ed occuparla tutta, la città.
Di riempirla di colori, di canti e di balli.
Di riempirla di dolore prima represso e finalmente esploso.
Di riempirla di bandiere, sventolate con rabbia ed orgoglio.
Di riempirla di striscioni, belli e brutti, colorati e no, accurati o "spruzzati" all'ultimo minuto. Ma tutti, dal primo all'ultimo, sinceri, con il loro carico di rimprovero, di incazzatura, di proposte. Un carico anche aggressivo, anche cattivo, anche dirompente, anche, soprattutto, provocante.
Orequattordicietrenta. Si inizia a formare il corteo.
Mi è sempre piaciuto tanto il momento in cui si decide: si parte.
Vedere come le formazioni si schierino a difesa della posizione conquistata.
Vedere come emergano piccole ripicche, sottili vendette, improbabili alleanze.
Vedere il servizio d'ordine che si sforza di tenere tutto unito, di evitare fughe disastrose, di controllare che le provocazioni non vengano fatte ne accettate.
Ma oggi, il grazioso e fragile servizio d'ordine, non serve. Fa solo presenza. Oggi, provocazioni non ce ne sono e non se ne fanno. Oggi, nessuno esce dal corteo per incasinare i fatti. Oggi, nessuno vuol dare adito a chi gode nello sparare nel mucchio di avere il benché minimo appiglio. Oggi, finalmente, a condurre il gioco sono loro.
LE DONNE.
Ed è subito chiaro che sarà diverso. Cha sarà bello. Che chi c'è, non dimenticherà facilmente. Anzi, non dimenticherà affatto...
Ed io non farò la cronaca del corteo. Non voglio fare il cronista. Piuttosto, il cantastorie. Il narratore. Non ho portato macchina fotografica ne registratore.
Me lo voglio godere, questo corteo. Oltretutto, un sacco di amiche di Ciao! mi hanno investito del compito di testimoniare anche la loro presenza.
Di dare un senso anche alla loro assenza, dovuta a fatti pratici non compatibili.
Ed io sono ben felice di farlo! E porto con me altre paia di occhi, di orecchie. Per vedere ed ascoltare tutto e riportarvelo.
Non fedelmente, certo. Vedrete ed ascolterete quello che io ho disegnato per voi.
Vedrete ed ascolterete la mappa che vi ho preparato guardando il territorio sconfinato del reale e dell'immaginario femminile che oggi scende in piazza per difendersi e per attaccare tutte le rendite di posizione che ancora zavorrano i rapporti donna-uomo.
Vedrete ed ascolterete le impressioni e le sensazioni che, da uomo, non posso che vivere al margine, dall'esterno.
Tante cose non so, non posso capirle.
Tanti slogan non so condividerli. Non ne sono capace. Non ho gli strumenti necessari.
Non ho l'esperienza, per poterlo fare.
Ma ho il telefono, comunque. Qualche impressione la fisso. Due filmatini riesco a girarli, come ricordo, come testimonianza. Chi li volesse avere, non ha che da chiedermeli. Sono a disposizione, foto e filmati.
E mi aggiro. Cerco un posto.
No, non il MIO posto. So bene che qui il mio posto non c'è.
So bene di essere un ospite, non so neanche quanto bene accetto.
Cerco un posto qualsiasi, un angolo dal quale assorbire, come se fosse possibile, per osmosi la rabbia, le speranze, gli umori di tutte queste donne che mi circondano e mi sopraffanno.
Le cose sono subito chiare: in testa al corteo, SOLO DONNE. Per favore, certo. Ma è lampante che è un favore che non si può rifiutare.
E io mi aggiro. Osservo i visi. Ascolto brani di conversazione che rimbalzano da una all'atra.
Do un'occhiata agli altri uomini che sono presenti.
E mi accorgo di qualcosa. E sento, qualcosa.
Loro, le donne, oggi non ci vedono come uomini, non ci leggono come l'altra metà del cielo, non ci percepiscono come compagni della vicenda umana.
NO.
Oggi, in quella piazza, ai bordi di questo corteo, ai margini di questa vicenda, ci sono solo MASCHI.
Padri, mariti, fidanzati, fratelli.
Presenze incombenti, spesso castranti, sempre limitanti.
Oggi, non ci sono affettuosi ed accoglienti amici. Non ci sono teneri ed appassionati amanti...
Incontri.
Mi aggiro. Osservo. Ed incontro.
Incontro due o tre canine che mi annusano interessate i pantaloni, intrisi dell'odore di Romolo.
Incontro una vecchia amica, che sorregge con orgoglio e malcelata soddisfazione lo striscione di un gruppo lesbico.
E dopo vent'anni, o giù di li, non esita a lasciare il posto faticosamente conquistato per abbracciarmi e baciarmi (sulle guance, tranquilla Sgru') con sincera, reciproca sorpresa.
Incontro persino una condomina di un condominio di Cecchina, che è quasi più sorpresa di me nel trovarmi la.
Ma, soprattutto, incontro sguardi: duri, pietosi, orgogliosi, felici, tristi, malinconici.
Sguardi che mi penetrano, mi sezionano, cercano di capire perché, cosa ci faccio, cosa ci facciamo noi uomini, li con loro.
Sguardi che mi sorpassano, che mi attraversano, simulando una indifferenza talmente perfetta da suonare falsa.
Sguardi che non mi guardano, sguardi che mi evitano, sguardi che mi aggirano.
Ed ascolto. Ascolto slogan. Ascolto discorsi. Ascolto proposte. Ascolto analisi.
Ascolto proteste.
Ascolto testimonianze.
Ascolto donne violate, segnate per sempre.
Ed è commozione, tanta.
E lacrime, poche, roventi, pesanti. Le mie
Lacrime. Le loro.
Lacrime, di rabbia.
Lacrime, di dolore.
Lacrime, di liberazione.
Lacrime, di conforto.
Ma mai, mai, mai, lacrime di rassegnazione.
Mai, mai, mai, lacrime di impotenza.
Il corteo, certo.
Si avvia, in testa lo striscione del coordinamento centri anti-violenza, poi le lesbiche.
Poi, tutte le altre.
E permettetemi una nota polemica. Non c'è uno, un solo striscione, che si rifaccia allo schieramento di centro-destra.
Ci sono donne cattoliche, donne "verdi", donne comuniste, donne radicali, donne sindacaliste, donne e basta.
Ci sono donne schierate, ci sono donne sciolte, ci sono persino alcune giovanissime donne anarchiche, con le loro tenerissime bandiere nere con la A cerchiata rossa. Saranno più di vent'anni che non vedevo una di queste bandiere.
Ma boia se si vede qualcuno dell'opposizione. Si vede che il problema non le interessa. Oppure, sono così fortunate od abili da non subire mai violenza. Oppure, i loro uomini sono talmente bravi a irretirle che non protestano più. Oppure.... chissà! Io. la mia idea ce l'ho, ma me la tengo per me.
In realtà, un'eccezione c'è. Ed è l'unico, minuscolo, insignificante momento di leggera tensione che si vive in tutto il pomeriggio. Quando una bellissima, biondissima, altissima, elegantissima, profumatissima e scortatissima Stefania Prestigiacomo mette in essere la più stupida e puerile delle provocazioni, decidendo che deve per forza attraversare via Cavour proprio mentre, guarda caso, passano i gruppi più combattivi dei collettivi lesbici. Con tutto il branco dei suoi gorilla.
E qualcuna delle ragazze, forse troppo giovani, forse inesperte, forse semplicemente stufe di subire sempre, cade nella trappola. Qualche parolaccia, l'invito piuttosto vivace e folkloristico ad andarsene, qualche coro dileggioso. Mentre i suoi gorilla spintonano e fanno largo senza troppe cerimonie.
Sicuramente vi parleranno di intolleranza, vi racconteranno di una vile aggressione e di pesantissimi insulti. Non credeteci. Io ero proprio la, non è successo nulla di più di quello che vi ho detto. D'altronde, non a caso la bella Miss Parlamento è una delle allieve predilette dello Psiconano...
Ma torniamo al corteo.
Striscioni, dicevo. E slogan.
In tutti, la nota dominante è il rifiuto. Rifiuto della violenza, rifiuto della mistificazione, rifiuto delle menzogne, rifiuto della vergogna.
Rifiuto del "pacchetto sicurezza", rifiuto delle istituzioni parzializzate e schierate a difesa dei privilegi maschili.
E la comprensione. La accoglienza. La solidarietà.
OGNI DONNA VIOLENTATA E' TUTTE LE DONNE!
Bellissimo!
Sarebbe bastato questo striscione, questo messaggio a dare immenso significato a questo pomeriggio...
Intanto, la batteria del cellulare è andata. Sono finalmente libero di andare e venire senza la schiavitù di girare e scattare.
Ed una vecchia abitudine, attitudine, forse, mi porta ad andare oltre la testa del corteo, a fianco del cordone di polizia che lo procede.
Abitudine ereditata da quando i cortei erano più nervosi, la polizia più cattiva, le provocazioni all'ordine del giorno, i pestaggi selvaggi pratica diffusa.
Allora io, sempre disarmato, sempre limpido, sempre a viso scoperto, affiancavo le forze dell'ordine per controllare e testimoniare, al limite per mettermi in mezzo in caso servisse.
Allora, rimediavo insulti, sguardi duri, spintoni, qualche pugno, un paio di manganellate...
Oggi, solo un po' di ironia, sguardi interrogativi (sono facilmente identificabile, con la mia giacca a vento rosso fuoco), commenti sottovoce.
E, per fortuna, la mia presenza è inutile. Allora, mi avvio verso Piazza Navona, luogo di arrivo deputato. E mentre cammino, rifletto.
Rifletto sul fatto che poliziotti, carabinieri, vigili urbani presenti in piazza e lungo il percorso del corteo sono tutti, senza eccezioni, uomini...
Chissà, forse si è avuto paura delle defezioni? Oppure di slogan particolarmente provocatiri, tipo, chessò, " poliziotta non ci tradire, lo stato maschilista non servire!"
Mi piacerebbe chiederlo, al commissario che incosapevolmente mi precede sul percorso, ma forse non è il caso...
Ed allora accelero, La piazza è già presidiata ed attrezzata. Miracolosamente, la Prestigiacomo è già sul palco con una giornalista altrettanto bionda... Peccato, mi sarebbe piaciuto vederci la Annunziata, su quel palco. Magari, l'avrebbe costretta alla fuga come fece con il suo nano-mentore, chissà!
Faccio un rapido giro, il palcoscenico è già occupato dagli schieramenti. Giornalisti, politici, televisioni, persino qualche ministro. Il corteo sembra già superato, dimenticato.
Le centomila donne che hanno sfidato il maltempo, già sono ridotte a numero. Qualche voce troppo insistente viene prontamente isolata e zittita. Gli apparati fagocitano già l'avvenimento. La marcia conto la violenza è già solo folklore, ancora prima di concludersi.
Me ne vado. non mi interessa la parte istituzionale. Deviscerata. Asettica e formale.
Torno ad annusare gli umori del corteo.
Torno ad osservare quel misto di gioia, partecipazione, consapevolezza e decisione che ha surclassato il dolore.
Che ha cauterizzato le ferite.
Che ha aperto nuove porte su.
Che ha gettato nuova luce su.
Che mi ha fatto capire una volta di più come in realtà l'altra metà del cielo siamo proprio noi signori(?) uomini.
E che le dee misteriose che la Bolen fa dimorare dentro le donne si mostreranno solo quando saremo pronti a sopportare tutto il loro accecante splendore.
Lascio andare il corteo, questo ingenuo, bellissimo, commovente, giustissimo corteo verso il massacro mediatico che lo attende, verso le gabbie nelle quali sarà inevitabilmente confinato e richiuso e mi dirigo verso Largo Argentina.
Dove il buco nero di Feltrinelli mi risucchia inesorabilmente.
E dove trovo due splendide chicche musical-librarie... ma questa è un'altra storia.
E magari ve la racconto un'altra volta...
Shanti Shanti Shanti
Marco